Intervista di Rosa Pastena
da www.agoravox.it

I København Store sono un simpatico gruppo di aitanti giovani piacentini, uniti da una infinita e del tutto sana passione per la musica. La cosa che mi ha colpito di più è lo stato di trance in cui entrano durante le loro performance live, carichi di passione e forza che esprimono anche fisicamente, tanto da “devastare” lo stage, creando, ove possibile un rapporto molto stretto con il pubblico, salendo e scendendo dal palco. Ma la potenza espressa durante i live si rispecchia totalmente nel loro primo album “Action, please!” (42 Records), otto brani in cui si alternano i suoni più dolci e rassicuranti all’esplosione più caotica di note e accordi che riempiono dal cuore alla punta dei capelli. Il resto lo lascio raccontare a loro, che ho intervistato un paio di giorni fa.
Ecco il resoconto del mio incontro con Giulio e Nicola rispettivamente bassista e chitarrista della band, a cui dopo una serie interminabile di convenevoli e saluti sono riuscita a fare la prima domanda:

R: Un fantasioso resoconto sulla nascita della vostra band e sui suoi componenti?
G: Beh ti diremo tutta la verità…
N: No, io non lo farei.
G: Vai nico comincia tu…
N: Bah guarda… effettivamente non è nulla di che… In pratica abbiamo lavorato per 5 anni in un negozio di Københav, ne avevamo la nausea e quindi abbiamo cercato di esorcizzare la cosa chiamando cosi la nostra band. E’ stato un periodo lungo ed intenso, dove io e Giulio abbiamo imparato a conoscerci..
G: Esatto! Pensa che riuscivamo a parlarci stando zitti. Siamo arrivati a conoscerci così bene che comunicavamo con degli impulsi cerebrali…
N: …o molto più semplicemente potrebbe essere che in un viaggio di tanti anni fa…4 stupidi hanno deciso di formare questa band in un contesto, uno “store”, un pò particolare che sicuramente ci ha ispirato e a modo suo influenzato. Si, direi che la verità è proprio questa.

R: E gli altri dove li avete pescati?
N: Gli altri li abbiamo pescati pian pianino. Alcuni, come Marco (percussioni), erano amici da anni. Da sempre…e non era proprio il caso di lasciarlo giu dal palco.
G: Marco è come Bez degli Happy Mondays
N: O Mauro Repetto degl 883 decidi tu…
G: E’ importante per alcuni equilibri. All’interno della band è fondamentale..
N: Assolutamente!non potrei mai suonare senza di lui.
N: Camillo (batteria) lo abbiamo conosciuto per motivi prettamente artistici e da subito abbiamo capito che era lui la persona giusta. In sintesi è stato un processo di crescita continua.. e last but not the least, Simone (voce), l’ultimo che si è unito a noi.

R: Poniamo il caso, mia nonna vi inviti a pranzo e vi chieda: “e voi cosa suonate?”
N: sarebbe abbastanza difficile spiegare a tua nonna cosa facciamo, e cosa faremo, perche è davvero difficile capirlo anche per noi. Fondamentalmente facciamo sempre quello che non pensiamo di fare. Ognuno interpreta un pò la nostra musica a modo suo. Possiamo chiamarlo indie, post-rock … Giulio ora aggiungerà un altro genere alla velocità della luce..
G: Shoegaze, post punk…
N: L’importante è che si salti fuori dal paragone con i Giardini di Mirò, che se da un lato ovviamente non può che farci piacere, alla lunga sta un pò diventando un tormentone scomodino.
G: Come attitudine c’è molta somiglianza, a livello musicale ci sono le influenze, ma molto limitate… comunque non è la risposta che daremo a tua nonna perchè tanto non la capirebbe….ma cucinerà da paura! Quindi la conversazione si sposterebbe sul cibo… facciamo gastro-rock!

R: Io la riporterei sulla musica! Parliamo del vostro primo album, “Action please!”. Ce l’ho qui davanti. La copertina è deliziosa davvero, un ottimo oggetto ornamentale. Poi basta inserirlo nell’apparecchio giusto e…
N: Io credo ancora MOLTISSIMO nell’oggetto-disco…e ci tenevamo molto che fosse qualcosa di carino da poter comprare. Le copertine ormai, si sa, sono tutte sbagliate ma si sa pure che stiamo andando in ristampa! Questo oltre ad essere motivo d’orgoglio perchè vuol dire che 1000 copie sono andate in poco più di 6 mesi, ci dà la possibilità di poter dire che quelle copie, quelle sbagliate, rimarranno “uniche” e questo ci piace..indipendentemente da questo…non ricordo il nome dell’ artista americana che ci ha fatto dono di questo soggetto..
G: Niki Kelce
N: Però ci ha fulminato e non è escluso che si punterà anche in futuro ancora su di lei anche per superstizione a questo punto..

R: Eheh… ed estetica a parte?
N: Ah parliamo anche del “dentro”? Disco sudato. Ci abbiamo lavorato tanto, in diverse tappe, in diversi momenti. Con l’ aiuto di Giacomo Fiorenza: il produttore dei nostri sogni, nello studio dei nostri sogni, suonando strumenti vintage dei nostri sogni…ma non è stato semplice. In tutti i sensi..
G: Inizialmente non è stato semplice perchè noi e Giacomo ci siamo conosciuti registrando, quindi non si era così in confidenza. Ora non potremmo registrare con nessun altro!

R: Sì, in effetti quando ho conosciuto Giacomo e abbiamo parlato di voi mi ha dato un pò l’idea di considerarsi un padre, un fratello maggiore dei K-store.
N : Tornando al disco dentro c’è un pò il meglio dei nostri anni passati. Arricchito con le “VOCI”… ehh..le voci…

R: Le voci… come quella di Alessandro Raina (Amour Fou, Casador).
N: Esatto! -Raina? -si? -vuoi cantare? -fai sentire?mm..si direi proprio di si..vorrei cantare la “3″ e noi -ok!
Non abbiamo ascoltato niente, non abbiamo voluto sentir nulla! Fidandoci assolutamente di chi sapevamo avrebbe fatto un gran lavoro. Si è infilato le cuffie ed ha iniziato. Noi ALLIBITI e… folgorati!
G: Poi diciamocelo è così bello…
N: Raina a parte il ciddi’ racchiude tutto il disordine che ci contraddistingue. Ci piace perchè è davvero incasinato e in certi momenti si “pulisce” …ma ora è già tempo di farne un altro. “Action, please!”, appunto.

R: Ecco… progetti per il futuro?
N: Stiamo già lavorando ad alcuni nuovi pezzi siamo fermamente convinti dell’importanza di non stare mai fermi, di non far passare troppo tempo anche, e soprattutto se, si hanno già nuove cose “mature”. Quindi credo che con l’anno nuovo si potrà già trovare qualcosa dei K-store in giro. Forse sarà un Ep, forse uno split, forse un disco addirittura. Ne stiamo parlando con la 42records: la nostra etichetta. In più stiamo pensando all’estero e ovviamente vogliamo continuare a macinare quante più date possibili. Niente di incredibile come vedi. E niente esperimenti di free download che se compri la spilla ti do mezzo cd, ma con il cappellino hai la pass per scaricare dal sito tal dei tali. LIVE-CD: semplice ma eterno,almeno spero…
G: Niente in contrario con chi fa queste cose, ma non è roba per noi

R: Sì anche un Dvd… dato che dal vivo siete davvero “bestiali”
G: Zero Dvd. Siamo brutti.
N: Il live ci piace proprio un sacco ..si..
G: Sì anche se non sempre troviamo la situazione ideale per ricreare quello che è il nostro vero sound. Cerchiamo di dare sempre il massimo.

R: E si vede… il risultato è davvero eccellente.
N: Grazie.
G: Penso sia normale: se senti davvero la musica che fai è impossibile non lasciarsi trasportare fisicamente.

Parlano di noi…

Aprile 23, 2008

Ci hanno segnalato questa recensione molto carina di Monica Melissano (Suitside Rec.) uscita non sappiamo dove di preciso…

“Ci son voluti due anni ai piacentini København Store per realizzare il loro album d’esordio, intitolato “Action! Please” e pubblicato a Febbraio dalla neonata 42 records, etichetta che si muove fra le due sedi di Bologna e Roma. La band nasce come duo all’inizio del 2003, ispirandosi fin dal nome alle atmosfere del Nord Europa, vissute in prima persona durante un viaggio. La formazione si allarga col tempo, attraverso la realizzazione di due demo di matrice elettronica, che sono solo il preludio alla svolta verso un post-rock non di maniera in cui le chitarre assumono un ruolo importante, avvicinando il suono a quello dello shoegaze inglese di inizio anni ‘90. Un filone, quello che va dai Mùm ai cLOUDDEAD fino ai Goodspeed You!Black Emperor, a cui la band è poi sempre rimasta fedele, personalizzandolo su disco con l’uso delle voci di numerosi ospiti, tutti nomi di spicco nella scena indie italiana ed emiliana in particolare, quali Alessandro Raina (Giardini di Mirò, Noorda, Amor Fou), Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), Fabio Campetti (EdWood) e Simone Magnaschi (Stinking Polecats). L’attenta e paziente produzione di Giacomo Fiorenza (già al lavoro con Moltheni, Yuppie Flu, Giardini di Mirò, Marco Parente, Offlaga Disco Pax) ha saputo rendere nel risultato finale quello che è l’impatto live del gruppo, già rodato negli anni in numerosissime date, anche di spalla a nomi importanti quali i giapponesi Mono, i Giardini di Mirò, gli americani Apse, Solvent, Popolus e Disco Drive. Una scelta alquanto singolare, quella di utilizzare voci diverse senza avere un vero e proprio cantante, che evidenzia come quello dei København Store sia da considerare una sorta di “progetto aperto”, basato sulla ricerca sonora e stilistica più che su un’immagine di gruppo. Forse è proprio questa caratteristica ad aver procurato loro un seguito di culto, che può solo ingrossarsi di nuovi estimatori nel corso del 2008.”

Da ROLLING STONES – Marzo 2008

Sono di Piacenza e da qualche anno, grazie a un paio di ep e molti concerti, si sono fatti conoscere nella scene underground italiana. Action, Please! è il primo cd del quartetto che prende il nome da un viaggio nel Nord Europa che ne ispirò la formazione ed esce per la piccola etichetta 42 Records di Roma.

Post rock d’atmosfera con chitarre che s’innestano su una spina dorsale elettronica, brani strumentali con echi di Sigur Ròs e virate acide alla My Bloody Valentine, ai quali si alternano voci di ospiti di nuova generazione. Un inizio deflagrante con Postcore e poi Ants Marching On, cantata da Jonathan Clancy dei Settlefish.

Nell’ispirata We Came Down from The North, la voce di Alessandro Raina degli Amor Fou ricorda Michael Stipe su una melodia che potrebbe essere dei Mercury Rev.

Black Rebel Tricycle Club (bel titolo), cantata da Simone Magnaschi degli Stinking Polecats, sta tra il college rock dei Death Cab For Cutie e le tormentate melodie degli Alkaline Trio.

Fabio Campetti degli EdWood canta A Real Twilight sostenuto dall’ottima produzione di Giacomo Fiorenza, già collaboratore di Giardini di Mirò, Yuppie Flu, Offlaga Disco Pax, Moltheni, Marco Parente.

Una band con grande gusto e musicalità, eclettica nelle influenze, che esordisce con un cd internazionale, che li pone subito in prima fila tra le nuove band italiane che vale la pena di tenere d’occhio.

Luca De Gennaro

K-STORE intervistati da Manfredi Lamartina su ROCKIT!!!
 
Da www.rockit.it 
 
“Si parla da un po’ dei Kobenhavn Store, in uscita questo venerdì con il loro disco d’esordio, “Action, Please!”, pubblicato dalla 42 Records. Di sicuro, l’imponente parterre a supporto del progetto, che vede le voci di Alessandro Raina (ex Giardini di Mirò, Amor Fou), Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), Fabio Campetti (Ed Wood) e Simone Magnaschi (Stinking Polecats), ha contribuito ad amplificare le attese intorno a questo album. Nessuno, però, sembra sottolineare il dato più importante. I Kobenhavn Store fanno post rock. E spaccano. Manfredi Lamartina li ha intervistati.”
 
Nella scheda di presentazione del disco voi scrivete: “Chi ci conosce bene sostiene che sono tre le caratteristiche che ci rendono compatibili come essere umani e uniti come band: istinto, disordine e cuore”. Come si fa a tenere unite queste caratteristiche? E soprattutto, come si fa ad incanalare il disordine in arte e non in anarchia creativa? 
Chi ha mai detto che l’anarchia creativa non può essere arte? Certo, ci vuole un po’ di ordine per la composizione dei brani altrimenti si rischierebbe di essere troppo dispersivi, ma abbiamo un nostro metodo molto istintivo. Riguardo al disordine, fa parte di una nostra impostazione mentale… siamo caotici, confusionari e ci piace riversare questa cosa anche nella nostra musica. Siamo di quelli che nel casino della stanza trovano tutto e si sentono a proprio agio. Amiamo i suoni sporchi e lo-fi e i nostri pezzi hanno una media di sessanta tracce l’uno per tutta la roba che abbiamo voluto infilarci dentro. Giacomo (Fiorenza, il produttore, Ndr) in studio è davvero impazzito! 

Vi avevamo conosciuto che annegavate nello shoegaze, e ora vi ritroviamo persi nelle nebbie del post rock. Che cosa è successo? 
Uh! Questa è una domanda parecchio epica. Dunque prima annegavamo ed ora siamo dispersi nella nebbia? Beh, se non altro stiamo migliorando la nostra condizione meteo/ambientale. In realtà un tempo giocavamo molto di più con l’elettronica, c’erano pochi interventi acustici e reali. Oggi è una continua lotta (per mantenere il filone medioevale) di equilibri tra i nostri strumenti e le “macchine”, ma rimangono mille contaminazioni, dall’hip hop allo shoegaze, dall’elettronica glitch al pop, dall’indie al post punk e così via. 

Due anni di lavoro per “Action, Please!”. Siete contenti? C’è qualcosa che non rifareste?
Due anni di lavoro per “Action, Please!”. Questo non rifaremmo. Il prossimo disco probabilmente sarà più rapido ed istintivo, almeno quanto lo sono le nostre sessioni creative. Comunque sì, siamo soddisfatti. Ha un suono molto personale ed era quello che volevamo. In realtà appena concluso eravamo pieni di paranoie e di cose che avremmo voluto rifare. Penso che sia normale e crediamo che in quei casi bisogna avere la capacità di ascoltare i propri pezzi in maniera distaccata. Non è facile. 

Quanto è stato importante l’apporto della 42 Records? C’è ancora bisogno delle etichette musicali oppure ormai una band emergente può farne tranquillamente a meno? 
L’etichetta ideale è quella che si innamora davvero del progetto e ci mette anima e cuore per sostenerlo. La 42 è esattamente così. E’ gestita da due persone fantastiche che vivono di/per la musica da anni e che ci stanno facendo crescere nel migliore di modi. In questo senso sarebbe davvero dura e soprattutto stupido farne a meno. Non sono indispensabili invece quelle realtà estemporanee che non fanno altro che “inquinare” un ambiente che, oltre ad essere già abbondantemente saturo, è spesso ricco d’improvvisazione. 

“Post core” come titolo sembra una dichiarazione d’intenti. 
In realtà non abbiamo pensato molto al nome di quel pezzo. Era un titolo che avevamo dato a caso per nominare il file audio della versione demo e lo abbiamo tenuto. Sì, può rendere l’idea. Su quel pezzo abbiamo spinto molto sulle distorsioni e sul noise ispirandoci ai fratelli Reid, ai My Bloody Valentine e ai Flying Saucer Attack mantenendo comunque la nostra vena post rock “emozionale”. 

Di che parla “Black Rebel Trycicle Club”? Di un gruppo rock quasi omonimo? 
Crediamo sia un pezzo abbastanza visionario. Il testo lo ha scritto Simone Magnaschi (uno dei nostri ospiti) e il significato dovreste chiederlo a lui. Non pensiamo che riguardi il gruppo quasi omonimo in quanto si riferisce a quel film degli anni ‘50 “The Wild One” con Marlon Brando. 

Come siete entrati in contatto con gli ospiti del disco? 
Beh, Simone Magnaschi lo conoscevamo bene. Viviamo nella stessa città ed è un ex componente dei defunti Stinking Polecats, una delle realtà punk rock più fighe che abbiamo avuto in Italia. Gli altri sono stati contattati personalmente e fin da subito si sono mostrati entusiasti e disponibili a collaborare con noi. 

Non temete che quella degli ospiti sia una mossa che tenda a camuffare l’identità di una band come la vostra? Non era meglio dotarsi in organico di un cantante a tempo pieno? Dal vivo come farete? 
Potrebbe accadere se, appunto, si trattasse di una “mossa”. Ma non è andata cosi. Molto più semplicemente non sentivamo l’esigenza di adottare un cantante a tempo pieno. Le canzoni sono nate strumentali, le voci sono state registrate in seguito. Sinceramente non abbiamo mai pensato di comporre brani per questo o quel artista, ma esclusivamente per Kobenhavn Store. Poi abbiamo deciso di provare. Siamo sempre stati affascinati dalla possibilità di collaborare con artisti “esterni” al nostro progetto. Pensiamo che sia un approccio piuttosto eclettico, una grossa forma di arricchimento e non un modo per nascondersi. Effettivamente la cosa ha suscitato parecchia curiosità, forse anche per i nomi in questione e per la loro “eterogeneità”. Nel mondo dell’hip hop ad esempio, tutto questo è una prassi abbastanza diffusa. Se il progetto è solido e le cose avvengono spontaneamente e senza “premeditazione”, il pericolo di “scomparire” non sussiste. Anzi, in questo senso il fatto di essere un gruppo strumentale che si appoggia a collaborazioni per la voce non potrebbe essere una forma d’identità? La gente è abituata forse alla classica formazione da band. A noi, un po’ per necessità un po’ per volontà, piacerebbe staccarci da questi schemi e canoni e poter fare quello che ci pare essendo apprezzati in ugual modo per la nostra musica e i nostri dischi. Dal vivo fino ad oggi siamo sempre stati esclusivamente strumentali e… assordanti. 

Gli ospiti del disco possono espandere la visibilità di “Action Please”? 
Come dicevamo non è stato il fine ultimo, ma a questo punto speriamo di sì! Dici che forse sarebbero state meglio quintalate di bulletin su Myspace? 

Per carità. Ma allora, che cosa vuol dire identità nel mondo della musica?
Significa essere sinceri con se stessi. Prendiamo Franco Baresi, non si sarebbe mai sognato di fare la mezza punta nonostante facesse più figo, anche se poi sappiamo bene com’è finita tra sua moglie e Ruud Gullit. 

Questo è un disco molto bello. Gioca col post rock, flirta con l’elettronica, in certi punti è puro indie rock. Quanto è stato difficile dare coerenza ad un disco tecnicamente complesso come questo? 
Grazie mille, quello che dici è fondamentale ed è quello che speravamo di ottenere. Sinceramente pensiamo che questo lavoro sia coerentemente incoerente. Ci sono sempre piaciuti gli album poco lineari. Stranamente, appunto, disordinati. Sicuramente l’attitudine con cui è stato concepito funge da principale collante. In verità i pezzi sono molto diversi ma le note sono sempre le stesse e probabilmente anche per questo ti risulta omogeneo! 

Quello che sembra mancare oggi è un movimento musicale in grado di segnare una generazione, come in passato è stato il punk o il grunge. È così?
Sì è così. Potremmo risponderti con tanti luoghi comuni come per esempio il fatto che gran parte della musica oggi sia fortemente influenzata da mode fin troppo passeggere e veloci, più concentrata sul “come apparire” che sul contenuto. Ci sono aspetti della società attuale che ci ricordano molto gli anni ’80. Effettivamente allora ci pensarono i punk e l’eroina a rovinare tutta quella facciata. Adesso non sappiamo davvero cosa ci si potrebbe inventare. Ma sicuramente la soluzione è già stata trovata e scritta da qualche blogger.