Doppiette di prestigio!

Febbraio 28, 2008

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Non stiamo parlando delle gesta del sempre rimpianto Maurizio Ganz ma di alcune date in compagnia di amici e/o grandi band..i questo lungo Marzo di live.
Come a dire… se non lo fate per noi, almeno ..fatelo per loro.

QUINDI: KOBENHAVN STORE

SABATO 1 MARZO @CALAMITA – Cavriago (RE)
+ REDWORM’S FARM

MERCOLEDI 5 MARZO @MAGNOLIA – Milano
+ AMOR FOU

SABATO 15 MARZO @ARCI KROEN – Villafranca (VR)
+ ANNIE HALL

Da ROLLING STONES – Marzo 2008

Sono di Piacenza e da qualche anno, grazie a un paio di ep e molti concerti, si sono fatti conoscere nella scene underground italiana. Action, Please! è il primo cd del quartetto che prende il nome da un viaggio nel Nord Europa che ne ispirò la formazione ed esce per la piccola etichetta 42 Records di Roma.

Post rock d’atmosfera con chitarre che s’innestano su una spina dorsale elettronica, brani strumentali con echi di Sigur Ròs e virate acide alla My Bloody Valentine, ai quali si alternano voci di ospiti di nuova generazione. Un inizio deflagrante con Postcore e poi Ants Marching On, cantata da Jonathan Clancy dei Settlefish.

Nell’ispirata We Came Down from The North, la voce di Alessandro Raina degli Amor Fou ricorda Michael Stipe su una melodia che potrebbe essere dei Mercury Rev.

Black Rebel Tricycle Club (bel titolo), cantata da Simone Magnaschi degli Stinking Polecats, sta tra il college rock dei Death Cab For Cutie e le tormentate melodie degli Alkaline Trio.

Fabio Campetti degli EdWood canta A Real Twilight sostenuto dall’ottima produzione di Giacomo Fiorenza, già collaboratore di Giardini di Mirò, Yuppie Flu, Offlaga Disco Pax, Moltheni, Marco Parente.

Una band con grande gusto e musicalità, eclettica nelle influenze, che esordisce con un cd internazionale, che li pone subito in prima fila tra le nuove band italiane che vale la pena di tenere d’occhio.

Luca De Gennaro

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Dal sito www.buridda.org:

“Domenica 11 maggio 2003 un centinaio di persone appartenenti a varie realtà politiche e sociali genovesi decidevano di restituire alla città uno stabile di 6000 mq, abbandonato dal 1997. Fino a quell’anno via Bertani 1 era stata la sede di Economia e commercio; dopo il trasferimento in Darsena il palazzo era stato dimenticato, come le decine di migliaia di libri che ancora conteneva. In questi dodici mesi abbiamo lavorato sodo, non senza contraddizioni e difficoltà, per portare avanti un progetto politico e sociale che coinvolgesse studenti, lavoratori precari, comunità migranti. Giorno dopo giorno, le decine di stanze vuote e abbandonate hanno ripreso vita, popolandosi di gruppi artistici, compagnie teatrali, mediattivisti, collettivi studenteschi, comunità migranti, filmmaker…”

Ed è proprio in una di queste aule che abbiamo suonato in compagnia del duo genovese Japanese Gum (Marsiglia Rec) – accompagnati per l’occasione dal batterista dei Sea Dweller (shoeagaze power da Roma) – che hanno regalato 45 minuti intensi di pure emozioni, atmosfere rarefatte elettroniche, glitch e riverberi.

Le nostre proposte e le emozioni trasmesse sembrano andare a braccetto; seppur la loro è più soft e ambient della nostra, il mood è comunque simile.Il tutto sembrava mischiarsi così perfettamente con l’atmosfera dell’aula, le luci fioche e la magia di quel posto, che ha creato un “mix ipnotico” e particolarmente suggestivo per i cuori del pubblico presente… che ha saputo bene come ricambiare.

Vale la pena spendere anche due parole per la band che ha aperto le danze, gli Still Leven… tra post rock e nu wave, davvero giovani (15-16 anni?) e molto promettenti!

Viva Genova!

da www.rockit.it 
(11/02/2008)

Non è vero che il post rock è un cadavere a passeggio tenuto forzatamente in vita da “anemici che piagnucolano dentro ai riverberi” (cit.). Questi sono solo pensieri piccoli che rendono la pelle putrida e le orecchie sorde. E di fronte agli apriorismi c’è poco da fare. Vaglielo a spiegare che non è così. Che basta avere qualcosa di bello da dire. Che il tipo di linguaggio è soltanto un mezzo per veicolare emozioni. E quelle non hanno etichette né patenti in grado di contenerle. E allora azione, per favore. Ché c’è un signor disco da ascoltare. Le chiacchiere, al solito, stanno a zero. 
E pazienza se userà arpeggi ancora più abusati di una battona di periferia. “Action, Please!” dei Kobenhavn Store è il classico esempio di usato sicuro. Quasi la versione 2.0 dei Giardini Di Mirò. Post rock, pop, elettronica. Un po’ alla maniera dei 65daysofstatic. Con qualche retrogusto shoegaze, vago memento di un passato da acerbi eroi sotterranei del dream pop, e un mare di ospiti che pesano. Tra tutti, spicca la rauca emotività di Alessandro Raina (cantante degli Amor Fou e in passato voce per la band di Jukka Reverberi), che con “We Came Down From The North” sembra essere testimone di un passaggio di consegne tra GDM e KS, e soprattutto l’ugola maestosa di Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), un piccolo miracolo di potenza ed eclettismo, perfettamente aderente alla sfuriata chitarristica di “Ants Marching On”.E anche quando la band perde le corde vocali per seguire alla lettera le indicazioni del post rock il risultato è bello, frizzante e, ancora, emotivo. “Gardens V3″, con il suo ritmo saltellante, e la conclusiva “The Cold Season”, con i suoi suoni in reverse, sono puro stereotipo in tonalità minore, fatto però come dio comanda. La presenza dei numerosi ospiti, dunque, non droga il disco e non annebbia la capacità di giudizio di un gruppo che fa qualcosa che fanno in tanti. Però meglio di tanti. Molto meglio.

 
di Manfredi Lamartina 
Questa volta si parte sul serio! :)
Questo venerdì festeggeremo l’uscita del nostro disco al Covo Club di Bologna!
Saranno con noi quei fighi dei Fake P e dopo i concerti dj set dei Cool Kids Can’t Die, Y:DK e Yanez.
Non mancate!

K-STORE intervistati da Manfredi Lamartina su ROCKIT!!!
 
Da www.rockit.it 
 
“Si parla da un po’ dei Kobenhavn Store, in uscita questo venerdì con il loro disco d’esordio, “Action, Please!”, pubblicato dalla 42 Records. Di sicuro, l’imponente parterre a supporto del progetto, che vede le voci di Alessandro Raina (ex Giardini di Mirò, Amor Fou), Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), Fabio Campetti (Ed Wood) e Simone Magnaschi (Stinking Polecats), ha contribuito ad amplificare le attese intorno a questo album. Nessuno, però, sembra sottolineare il dato più importante. I Kobenhavn Store fanno post rock. E spaccano. Manfredi Lamartina li ha intervistati.”
 
Nella scheda di presentazione del disco voi scrivete: “Chi ci conosce bene sostiene che sono tre le caratteristiche che ci rendono compatibili come essere umani e uniti come band: istinto, disordine e cuore”. Come si fa a tenere unite queste caratteristiche? E soprattutto, come si fa ad incanalare il disordine in arte e non in anarchia creativa? 
Chi ha mai detto che l’anarchia creativa non può essere arte? Certo, ci vuole un po’ di ordine per la composizione dei brani altrimenti si rischierebbe di essere troppo dispersivi, ma abbiamo un nostro metodo molto istintivo. Riguardo al disordine, fa parte di una nostra impostazione mentale… siamo caotici, confusionari e ci piace riversare questa cosa anche nella nostra musica. Siamo di quelli che nel casino della stanza trovano tutto e si sentono a proprio agio. Amiamo i suoni sporchi e lo-fi e i nostri pezzi hanno una media di sessanta tracce l’uno per tutta la roba che abbiamo voluto infilarci dentro. Giacomo (Fiorenza, il produttore, Ndr) in studio è davvero impazzito! 

Vi avevamo conosciuto che annegavate nello shoegaze, e ora vi ritroviamo persi nelle nebbie del post rock. Che cosa è successo? 
Uh! Questa è una domanda parecchio epica. Dunque prima annegavamo ed ora siamo dispersi nella nebbia? Beh, se non altro stiamo migliorando la nostra condizione meteo/ambientale. In realtà un tempo giocavamo molto di più con l’elettronica, c’erano pochi interventi acustici e reali. Oggi è una continua lotta (per mantenere il filone medioevale) di equilibri tra i nostri strumenti e le “macchine”, ma rimangono mille contaminazioni, dall’hip hop allo shoegaze, dall’elettronica glitch al pop, dall’indie al post punk e così via. 

Due anni di lavoro per “Action, Please!”. Siete contenti? C’è qualcosa che non rifareste?
Due anni di lavoro per “Action, Please!”. Questo non rifaremmo. Il prossimo disco probabilmente sarà più rapido ed istintivo, almeno quanto lo sono le nostre sessioni creative. Comunque sì, siamo soddisfatti. Ha un suono molto personale ed era quello che volevamo. In realtà appena concluso eravamo pieni di paranoie e di cose che avremmo voluto rifare. Penso che sia normale e crediamo che in quei casi bisogna avere la capacità di ascoltare i propri pezzi in maniera distaccata. Non è facile. 

Quanto è stato importante l’apporto della 42 Records? C’è ancora bisogno delle etichette musicali oppure ormai una band emergente può farne tranquillamente a meno? 
L’etichetta ideale è quella che si innamora davvero del progetto e ci mette anima e cuore per sostenerlo. La 42 è esattamente così. E’ gestita da due persone fantastiche che vivono di/per la musica da anni e che ci stanno facendo crescere nel migliore di modi. In questo senso sarebbe davvero dura e soprattutto stupido farne a meno. Non sono indispensabili invece quelle realtà estemporanee che non fanno altro che “inquinare” un ambiente che, oltre ad essere già abbondantemente saturo, è spesso ricco d’improvvisazione. 

“Post core” come titolo sembra una dichiarazione d’intenti. 
In realtà non abbiamo pensato molto al nome di quel pezzo. Era un titolo che avevamo dato a caso per nominare il file audio della versione demo e lo abbiamo tenuto. Sì, può rendere l’idea. Su quel pezzo abbiamo spinto molto sulle distorsioni e sul noise ispirandoci ai fratelli Reid, ai My Bloody Valentine e ai Flying Saucer Attack mantenendo comunque la nostra vena post rock “emozionale”. 

Di che parla “Black Rebel Trycicle Club”? Di un gruppo rock quasi omonimo? 
Crediamo sia un pezzo abbastanza visionario. Il testo lo ha scritto Simone Magnaschi (uno dei nostri ospiti) e il significato dovreste chiederlo a lui. Non pensiamo che riguardi il gruppo quasi omonimo in quanto si riferisce a quel film degli anni ‘50 “The Wild One” con Marlon Brando. 

Come siete entrati in contatto con gli ospiti del disco? 
Beh, Simone Magnaschi lo conoscevamo bene. Viviamo nella stessa città ed è un ex componente dei defunti Stinking Polecats, una delle realtà punk rock più fighe che abbiamo avuto in Italia. Gli altri sono stati contattati personalmente e fin da subito si sono mostrati entusiasti e disponibili a collaborare con noi. 

Non temete che quella degli ospiti sia una mossa che tenda a camuffare l’identità di una band come la vostra? Non era meglio dotarsi in organico di un cantante a tempo pieno? Dal vivo come farete? 
Potrebbe accadere se, appunto, si trattasse di una “mossa”. Ma non è andata cosi. Molto più semplicemente non sentivamo l’esigenza di adottare un cantante a tempo pieno. Le canzoni sono nate strumentali, le voci sono state registrate in seguito. Sinceramente non abbiamo mai pensato di comporre brani per questo o quel artista, ma esclusivamente per Kobenhavn Store. Poi abbiamo deciso di provare. Siamo sempre stati affascinati dalla possibilità di collaborare con artisti “esterni” al nostro progetto. Pensiamo che sia un approccio piuttosto eclettico, una grossa forma di arricchimento e non un modo per nascondersi. Effettivamente la cosa ha suscitato parecchia curiosità, forse anche per i nomi in questione e per la loro “eterogeneità”. Nel mondo dell’hip hop ad esempio, tutto questo è una prassi abbastanza diffusa. Se il progetto è solido e le cose avvengono spontaneamente e senza “premeditazione”, il pericolo di “scomparire” non sussiste. Anzi, in questo senso il fatto di essere un gruppo strumentale che si appoggia a collaborazioni per la voce non potrebbe essere una forma d’identità? La gente è abituata forse alla classica formazione da band. A noi, un po’ per necessità un po’ per volontà, piacerebbe staccarci da questi schemi e canoni e poter fare quello che ci pare essendo apprezzati in ugual modo per la nostra musica e i nostri dischi. Dal vivo fino ad oggi siamo sempre stati esclusivamente strumentali e… assordanti. 

Gli ospiti del disco possono espandere la visibilità di “Action Please”? 
Come dicevamo non è stato il fine ultimo, ma a questo punto speriamo di sì! Dici che forse sarebbero state meglio quintalate di bulletin su Myspace? 

Per carità. Ma allora, che cosa vuol dire identità nel mondo della musica?
Significa essere sinceri con se stessi. Prendiamo Franco Baresi, non si sarebbe mai sognato di fare la mezza punta nonostante facesse più figo, anche se poi sappiamo bene com’è finita tra sua moglie e Ruud Gullit. 

Questo è un disco molto bello. Gioca col post rock, flirta con l’elettronica, in certi punti è puro indie rock. Quanto è stato difficile dare coerenza ad un disco tecnicamente complesso come questo? 
Grazie mille, quello che dici è fondamentale ed è quello che speravamo di ottenere. Sinceramente pensiamo che questo lavoro sia coerentemente incoerente. Ci sono sempre piaciuti gli album poco lineari. Stranamente, appunto, disordinati. Sicuramente l’attitudine con cui è stato concepito funge da principale collante. In verità i pezzi sono molto diversi ma le note sono sempre le stesse e probabilmente anche per questo ti risulta omogeneo! 

Quello che sembra mancare oggi è un movimento musicale in grado di segnare una generazione, come in passato è stato il punk o il grunge. È così?
Sì è così. Potremmo risponderti con tanti luoghi comuni come per esempio il fatto che gran parte della musica oggi sia fortemente influenzata da mode fin troppo passeggere e veloci, più concentrata sul “come apparire” che sul contenuto. Ci sono aspetti della società attuale che ci ricordano molto gli anni ’80. Effettivamente allora ci pensarono i punk e l’eroina a rovinare tutta quella facciata. Adesso non sappiamo davvero cosa ci si potrebbe inventare. Ma sicuramente la soluzione è già stata trovata e scritta da qualche blogger. 
 
 
Pop, elettronica, post-rock? Ma come si può etichettare questo “Action, Please!”? Le eteree atmosfere sognanti a cui ci hanno abituato band come Sigur Ros (e, tempo fa, i Mogwai) ci sono, le esplosioni improvvise di texture sonore più complesse anche, oltre a una voce che canta (in inglese). Anzi, a proposito di parti vocali, la delicata “We came from the north” vede la partecipazione di Alessandro Raina (già con Giardini di Mirò, Noorda, Amor Fou…). Bella “Gardens.V3″; intensa “The Cold Season”. (7)

Ilaria Ferri

Voto: 7  Il Quadro su dischi di genere, ed in particolare di questo genere, lo dipingeva assai efficacemente “Repeater” Pomini un paio di mesi fa, scrivendo del cd a firma Venezia. Scegliere di accostare oggi, anno di grazia 2008, il proprio nome di debuttanti all’etichetta post rock è operazione ardita, quasi al limite dell’incoscienza. I piacentini Kobenhavn Store azzardano la scommessa, attenti comunque a coprirsi le spalle imbarcando nell’avventura voci note (Jonathan Clancy dei Settlefish e Alessandro Raina) e meno (l’edwoodiano Fabio Campetti e lo Stinking Polecats Simone Magnaschi) ed evitando quella prolissità che spesso finisce con l’ìngabbiare opere di questo tipo. Ne esce un lavoro che riesce ad avvicinare una struttura canzone stratificata e concentrica, un tempo la si sarebbe definita geometrica, a melodie vicine al pop. Una via di mezzo tra Giardini di Mirò – per usare referenze autoctone – e Broken Social Scene, per gratificare il progetto del meritato respiro internazionale.  

Arturo Compagnoni