Recensione a cura di Emanuele Tavagnini (nerds attack):

Roma, 24/Maggio/2008

Per non rimanere a sentire il silenzio del coprifuoco calcistico. Per non lasciarsi abbrutire. Il pallone abbrutisce. Che letteralmente significa “rendere simile a un bruto”, “avvilire”. Ecco per non avvilirsi. Per non avere il volto trasfigurato di rabbia e bestemmie. Per la curiosità di rivedere a Roma i piacentini København Store che tornano sull’onda lunga del debutto ‘Action, Please!’. Il quartetto, anche questa volta privo di cantante, è autore di un perfetto connubio di sapori shoegaze immersi in dilatazioni emozionali che guardano al paesaggistico nord Europa. La serata è davvero misto-lino-Primavera/Estate. C’è il maxischermo. C’è una conventicola tifosa che vive l’evento manifestando gioia e disappunto con stranissime smorfie facciali. Così strane che quando i København Store iniziano a suonare nessuno se ne accorge. Ci saranno venti persone ad assistere allo show degli emiliani che, da subito, mettono sul piatto quanto a noi già noto. Fragore e potenza. Grazie anche al supporto di una seconda (quasi completa) batteria che a stento riuscirà a rimanere in piedi colpita da tanto ardore. I brani sono quelli del disco. Resi ancor più aggressivi e senza il giocattoloso apporto di alcuni strumenti consueti nelle esibizioni del quartetto. Quando la partita finisce la sala comincia a riempirsi. Gli applausi scendono convinti. E la band continua a rapire senza punti di ritorno. Questo è shoegaze. Questo è suonare. Prova maiuscola.

La pattuglia nerdica è folta è agguerrita. Nessuno questa volta è “solo”. Gli headliner della serata sono cinque ragazzi a nome Envelopes composti da quattro svedesi di Malmö e da una ragazza francese (Audrey Pic) con caschetto twee pop che prova a cantare e a suonare la chitarra. Arrivano a supporto del primo album (non contando un’anonima autoproduzione) ‘Here Comes The Wind’ che mi aveva assolutamente fatto storcere la bocca. Per essere più chiari ed onesti possibili: il disco è davvero poca cosa. Cioè brutto. Sul palco è anche peggio. La giovane età non giustifica un’atmosfera da band liceale che i nostri fanno di tutto per non nascondere. Dovrebbe essere una sorta di indie pop venato di wave colta (citare i Talking Heads piuttosto che gli Os Mutantes, piuttosto che i primi B-52’s fa si che io venga maledetto in eterno) e invece quello che esce dagli ampli è solo uno stonato poppettino indie sbarazzino dal pantaloncino attillato sulla scia dei peggiori Cardigans (se mai ce ne siano stati di migliori). Davvero scarsi. Della serie dilettanti allo sbaraglio. Mi guardo attorno per vedere se trovo Gerry Scotti e il maestro Pregadio e invece incrocio solo volti increduli davanti all’ennesima invasione di musica non musica. Peccato solo che i København Store abbiano suonato così poco mentre il pallone rotolava ancora. Giù il sipario. Basta così.

Emanuele Tamagnini

da www.indie-zone.it
Le coordinate migliori da utilizzare per giungere ad “Action, Please!” dei København Store portano ad un riuscitissimo incrocio tra il post-rock più emotivo ed un’indietronica decisamente pop, quella sonorità tanto per capirci così cara ai Giardini di Mirò e che troverebbe la certa approvazione in casa Morr: il risultato è espresso in otto canzoni, equamente divise tra strumentali e non, in cui le melodie sono state incasellate in una moltitudine di tessere sonore perfettamente inserite in un raffinato e complesso mosaico che l’ottima produzione di Giacomo Fiorenza ha rifinito con mano sicura ed esperta. Colpiscono davvero nel segno i København Store, colpiscono realizzando un album dal suono potente e solido che più volte durante l’ascolto ha portato a pensare ai Broken Social Scene, più per la capacità dimostrata nel saper ottenere in uscita una notevole compattezza d’insieme piuttosto che per qualche analogia musicale.
Ulteriore segno distintivo è la scelta di affidare quattro canzoni ad altrettante voci più o meno conosciute: Alessandro Raina (già GdM, ora Amor Fou) si cimenta nella sensuale “We Came Down From The North”, Jonathan Clancy dimostra per l’ennesima volta la sua bravura in “Ants Marching On”, una delle migliori canzoni del disco con chitarre impetuose ed esplosive. Il conterraneo Simone Magnaschi, colonna portante dei disciolti Stinking Polecats, è autore e cantante nella visionaria ed eterea “Black Rebel Tricylce Club”, infine Fabio Campetti (EdWood) anima la densa “A Real Twilight”. Le strumentali si mantengono sulla stessa lunghezza d’onda, dall’iniziale “Post Core”, titolo che pare una dichiarazione d’intenti, è un omaggio alle distorsioni dei My Bloody Valentine, nella bellissima Gardens.V3 non sai se buttare nella mischia Sigur Ròs o Mùm, “The Cold Seasons” dimostra un’intensità assoluta.
Forte è a questo punto la voglia di ascoltarli dal vivo, perché senza nessuna esagerazione si può affermare che “Action, Please!” rappresenta una delle più belle sorprese nel panorama musicale di casa nostra di questi primi quattro mesi del 2008, senza se e senza ma.

Paolo ‘Folkish’ Borrone

Da http://marruca.splinder.com:

Quante volte ci è toccato dire ai nostri compleanni - Basta il pensiero -
Cortesia o falsità, poco importa.
Spesso son davvero i piccoli regali, gli inaspettati, a far la differenza e quello con cui si presenta la romana 42 Rec. è da far venir la pelle d’oca. Quasi ci scappa la lacrimuccia.
Cos’è la voce di Alessandro Raina (Amor Fou, Giardini di Mirò) quando si adagia alla perfezione all’ indietronica di We Came Down From The North  se non, citando il testo, la più pura delle emozioni?
E quella magnifica di Jonathan Clancy dei Settlefish, così persa fra le sfuriate post-rock di Ants Marching On, se non il suono di un cuore che si scioglie?
Un pacchetto semplice (8 tracce, 4 strumentali e 4 no), ben confezionato, in perfetto equilibrio fra i fervori dello shoegaze e le atmosfere sognanti stile Sigur Ros.
Le influenze che si possono cogliere sono molteplici e non ingannino, perchè questi ragazzi piacentini sanno davvero il fatto loro. Suonano e incantano con la bellezza delle cose dimenticate in qualche soffitta polverosa, in una cantina buia, in una credenza, mobiletto. Cose che riafforano all’improvviso, scalando le pareti di un ricordo, le nevi del nord, le asperità dell’anima. E ci rendono felici. Ci verrebbe meno paura d’invecchiare se si potessero sempre ricevere dischi così.
Si stappino le bottiglie, si spengano le candeline. In alto in calici.
Auguri per cento di questi regali.

Action, please! Un imperativo muto a cui con condiscendenza si risponde, cominciando a trattenere gli occhi su una pelle di sogni colati, di rodonite e citrino, di chine e pastelli soffiati dalla punta delle dita, di coralli dal colore delle gote… una pelle da far scivolare via per scoprire un nero denso come l’ossidiana, “in questo profondo silenzio e umidità, sotto le sette cappe di cielo azzurro ignoro la musica coagulata in ghiaccio improvviso, la gola che si precipita sugli occhi, l’intima onda che si annega sulle labbra” (Vicente Aleixandre). C’è un momento che galleggia tra l’assenza di suono e la musica, l’attimo silente che precede l’inizio di un ascolto che è insieme visione onirica di eclissi e aurore e fiorire di cristalli. Pochi battiti e Postcore deflagra, è un’alba che appartiene ancora alla notte, lacerata da soli di zaffiro e riverberi di vetri caleidoscopici, è una luce sospesa all’orizzonte che pulsando cresce, inonda, trabocca. In questo bagliore che cinge ed avvince l’oscurità “è venuto l’istante, il preciso momento della nudità a testa bassa, quando i velli vanno a pungere le labbra oscene che sanno. È l’istante, il momento di dire la parola che esplode, il momento in cui i vestiti si cambieranno in uccelli, le finestre in gridi, le luci in aiuto” (Vicente Aleixandre). Tra trame di puro suono erompe la voce, quella di Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), si sparge come brina che disseta ed arde finché parole di calcedonio sbocciano in un’altra gola, fluisce e dilaga allora una voce che è un tappeto di neve, un fiume di velluto, una perla di lacrima esplosa tra le labbra. We Came Down from the North è un vento che spira dalla bocca di Alessandro Raina (Giardini di Miró, Noorda, Amor fou) effondendo poesia. “Cento forze, cento scie, cento battiti, un mondo tra le mani o la fronte; un sentiero o giraffe di bianco, un oriente di perle sul labbro, tutto un sentire a ritmo azzurro cielo” (Vicente Aleixandre). La parola annega in un vortice di ametista, i sogni la sfilacciano fino a disfarla, a tramutarla in musica, nel suono di un senso che vola al di là dei sintagmi, dietro le palpebre, nel fondo della carne. Diventa marea racchiusa in una cifra, 23.03, questo suono, acqua sedotta ed attratta dalla luna in cui i pensieri annegano per imparare un respiro nuovo, per ri-conoscere la carezza del liquido amniotico in cui farsi spirale di sangue e umori d’anima. Riemergono come biglie o boccioli le parole, vetro soffiato e plasmato dalla lingua di Simone Magnaschi (Stinking Polecats), afferrato dalle dita per vederlo brillare in controluce, per giocare a scorgervi costellazioni. Black Rebel Tricycle Club fa piovere una voce di raso su quarzi ed opali. Il canto si condensa in gocce che risvegliano un giardino popolato da suoni che prendono le forme di fiori, libellule, rocce d’acquamarina, fili d’erba, giunchi, colibrì e farfalle candide. Gardens.V3 è apertura di un mondo fatato che s’impiglia tra le ciglia, che resta sotto pelle. “Sotto un singhiozzo un giardino non bagnato… Il paesaggio è sorriso. Due cinture che si amano. Gli alberi in ombra segregano voce” (Vicente Aleixandre). Le cortecce profumate stillano gemme d’ambra, una bocca le prende per tramutarle in parole, bellezza liquida da cantare. Fabio Campetti (Edwood) in A Real Twilight fa sgorgare dalla gola un filato d’organza che lambisce ed avvolge portando i sensi a perdersi in un altrove. “Un uccello di carta e una piuma rossa, e una furia di seta, e una colomba bianca. Tutto un mazzo di mirti o di ombre colorate, un marmo con battiti e un amore che s’avanza… Una musica o nardo o tele di ragno, un vaso di stanchezze o di ciprie o di madreperla… Tutto dolce e dolente, tutto di carne bianca” (Vicente Aleixandre). Le labbra si chiudono e solo una musica dipinge e così fa essere un luogo sognato, ornato di agate e giade, un tempo dagli istanti dissolti, dagli attimi eternati. The Cold Season conduce ad un vertice color cobalto da cui partecipare all’albeggiare degli astri e alle corse delle comete, un vertice in cui fermarsi ad immaginare, in cui restare a sentire.
I København Store sono quattro ragazzi, “four imaginary clerks” vestiti di vento e profumi del nord, che lasciano i nomi nei cassetti e in quegli stessi cassetti vanno riposte le sillabe che si assemblano per costruire definizioni, le lettere che scandiscono i generi, vani ed impotenti di fronte al mondo sonoro e sognante che le loro dita hanno innalzato. “Post-rock”, “Elettronica”, “Shoegaze”… sono etichette che non nominano la malia che fiorisce dopo l’azione invocata. Action, please! Ed ha inizio una proiezione che non cerca termini delimitanti. Sono suggestioni, immagini, voci, visioni oniriche, fascinazioni ed incanti a venir proiettati su di un velo traslucido di fili argentei secreti da un’anima-animale, da un’anima creatrice, tra rovi e petali. Una rete di vetro e rugiada rac-coglie ed imprigiona riflessi, sogni, respiri… di uomini uniti in un’identità fluida, aperta all’Altro. Quest’apertura è illuminata da quattro voci, quelle di altrettanti musicisti chiamati ad ornare i suoni di parole da loro stessi tessute. C’è desiderio di condivisione e confronto, da cui nasce una musica che è come un’ellisse che per esserci ha bisogno di due fuochi. È il cercarsi, l’inseguirsi e il relazionarsi di due e più fuochi quello che viene anelato, non desiderano essere sufficienti a se stessi i København Store, per questo hanno scelto di cercare costantemente altrove la propria voce. La fecondità del dialogo ha nutrito il loro pregiato lavoro. Jonathan Clancy, Alessandro Raina, Simone Magnaschi e Fabio Campetti, insieme al contributo di Fabrizio Lusitani (Flora) e dell’ottimo Giacomo Fiorenza, impreziosiscono questa musica eterea e magnetica non solo con il loro talento, ma soprattutto con la loro diversità, con la loro specifica unicità. È l’incontro, e l’apertura che lo rende possibile, uno dei tratti luminosi di questa bellezza pura che specchia la sua grazia nelle deiscenze colorate dei pastelli e dei pennini di Niki Kelce. L’illustratrice, l’artista che ha creato la pelle di questo disco, possiede tra i suoi universi di chine e guache, nati tra le pagine di una moleskine o le pieghe dell’immaginazione, un riverbero della stessa poesia che si riflette e moltiplica in bagliori tra le note dei København Store. Quella poesia che reclama il dialogo, consegna allo stupore, insegna la meraviglia e innamora. Quando infine la musica torna ad essere inghiottita dallo scrigno nero, resta nel silenzio un’eco.
“Ascoltami. Ancora, di più. Qui nel fondo divenuto una conchiglia piccolissima, mutata in un sorriso arrotolato, ancora sono capace di pronunciare il nome, di dare sangue” (Vicente Aleixandre).

Valentina di Cecco

WELCOME TO THE JINGLE

Aprile 24, 2008


DA SUCCOACIDO.NET

København Store ovvero il gruppo venuto dal freddo (We Came Down From The North titola un brano). Ma in realtà il quartetto proviene da Piacenza, il nome è un omaggio ad un luogo che li ha ispirati, e questo Action, Please! il primo sostanzioso frutto di un viaggio ai confini del post rock.

Negli ultimi anni sono numerose le band nostrane che hanno deciso di cimentarsi con quelle sonorità (dette post rock, ma la definizione include davvero di tutto) ricercate, atmosferiche, ad alto tasso di emotività e talvolta altrettanto di cerebralità, indovinando solo a tratti una “via italiana” al post.

I København Store, qui al debutto sulla lunga distanza, raggiungono l’equilibrio fra le più disparate influenze grazie ad una scrittura dei pezzi molto essenziale, che non cede alla tentazione di inserire quanti più elementi possibili in ogni brano.

Così è semplice apprezzare tanto gli strumentali come 23.03 (che fanno pensare ad alcuni materiali della Morr) che gli episodi cantati da ospiti del giro indie, come Ants Marching On (con Jonathan Clancy dei Settlefish), We Came Down From The North (Alessandro Raina degli Amour Fou), Black Rebel Tricycle Club (Simone Magnaschi degli Stinking Polecats) e A Real Twilight (Fabio Campetti degli Edwood), dove fanno capolino rimandi shoegaze, malinconie dream pop, innesti (rischiosi, ma del tutto riusciti) fra Notwist e My Bloody Valentine.

Action, Please!, nonostante il gioco delle assonanze (effettivamente marcate, e potremmo aggiungere al pantheon i Mum o i Mogwai meno dilatati), è la dimostrazione che si può uscire dalle secche del post rock con una manciata di canzoni che trasmettono emozioni genuine, distanti dalla freddezza che a volte si imputa a band di questo tipo, persino avvolgenti in più di un’occasione.

Non sarà semplice continuare a questo livello, ma i København Store sembrano in grado di andare oltre la soglia del già sentito, dall’indietronica verso l’ignoto: le sorprese non mancheranno.

Parlano di noi…

Aprile 23, 2008

Ci hanno segnalato questa recensione molto carina di Monica Melissano (Suitside Rec.) uscita non sappiamo dove di preciso…

“Ci son voluti due anni ai piacentini København Store per realizzare il loro album d’esordio, intitolato “Action! Please” e pubblicato a Febbraio dalla neonata 42 records, etichetta che si muove fra le due sedi di Bologna e Roma. La band nasce come duo all’inizio del 2003, ispirandosi fin dal nome alle atmosfere del Nord Europa, vissute in prima persona durante un viaggio. La formazione si allarga col tempo, attraverso la realizzazione di due demo di matrice elettronica, che sono solo il preludio alla svolta verso un post-rock non di maniera in cui le chitarre assumono un ruolo importante, avvicinando il suono a quello dello shoegaze inglese di inizio anni ‘90. Un filone, quello che va dai Mùm ai cLOUDDEAD fino ai Goodspeed You!Black Emperor, a cui la band è poi sempre rimasta fedele, personalizzandolo su disco con l’uso delle voci di numerosi ospiti, tutti nomi di spicco nella scena indie italiana ed emiliana in particolare, quali Alessandro Raina (Giardini di Mirò, Noorda, Amor Fou), Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education), Fabio Campetti (EdWood) e Simone Magnaschi (Stinking Polecats). L’attenta e paziente produzione di Giacomo Fiorenza (già al lavoro con Moltheni, Yuppie Flu, Giardini di Mirò, Marco Parente, Offlaga Disco Pax) ha saputo rendere nel risultato finale quello che è l’impatto live del gruppo, già rodato negli anni in numerosissime date, anche di spalla a nomi importanti quali i giapponesi Mono, i Giardini di Mirò, gli americani Apse, Solvent, Popolus e Disco Drive. Una scelta alquanto singolare, quella di utilizzare voci diverse senza avere un vero e proprio cantante, che evidenzia come quello dei København Store sia da considerare una sorta di “progetto aperto”, basato sulla ricerca sonora e stilistica più che su un’immagine di gruppo. Forse è proprio questa caratteristica ad aver procurato loro un seguito di culto, che può solo ingrossarsi di nuovi estimatori nel corso del 2008.”

DA WHIPART

Kobenhavn Sore - Action, Please!
Daniele Mantegazza - 26.02.2008

Esce, dalle ceneri del post-rock nostrano, “Action, Please!” disco d’esordio dei piacentini Kobenhavn Store, pubblicato da 42 Records e prodotto da Giacomo Fiorenza. Otto tracce “sospese tra il nulla e l’addio” (cit.), per dirlo alla Clint Eastwood, che in un mix ben riuscito di istinto, disordine e cuore riempiono un vuoto che, per qualcuno, si era aperto alcuni anni fa, almeno dopo l’uscita di quel “Punk…not diet!” dei Giardini di Mirò che tanto aveva fatto vibrare le corde e gli animi degli estimatori dei reverberi, delle improvvise esplosioni e delle rarefazioni d’oltre Manica, di Mogwai e Sigur Ros sopra tutti.
”Action, please!” si presenta come un perfetto connubio di elettronica, dinamiche post-rock e ammiccamenti pop resi concreti, anche, dal contributo che i numerosi ospiti-cantanti (Alessandro Raina, Jonathan Clancy, Fabio Campetti e Simone Magnaschi) apportano all’intera opera. Ma, se è innegabile che la presenza di questi nomi abbia contribuito ad amplificare le attese intorno a questo album, è altrettanto vero che le otto tracce, strumentali nel loro concepimento, scorrono in sostanziale equilibrio tra reminiscenze shoegaze, campioni elettronici e sfuriate chitarristiche. E forse, ciò basterebbe di per sé a fare di questo disco un ottimo prodotto.
Il lavoro si apre con “Post core”, introduzione che appare quasi una dichiarazione di intenti, a cui segue “Ants marchin on”, che presenta un improvvisa e solidissima esplosione di texture sonora, un pugno in faccia che, per quanto costituisca una scelta stilistica usata e, a volte, abusata nel genere, riesce a stupire ed a colpire per intensità e complessità; nel brano compare la voce, potente ed eclettica, di Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education). In “We came down from the north” troviamo, invece, la partecipazione di Alessandro Raina (Giardini di Mirò, Amor Fou) che, con voce roca e interpretazione intensa, contribuisce alla delicatezza del brano, così come le voci di Fabio Campetti (Ed Wood) e Simone Magnaschi (Stinking Polecats), presenti, rispettivamente, in “A real twilight” e in “Black Rebel Tricycle Club”, danno sostegno e colore senza mai eccedere o tentare di imporsi nella struttura della canzone. Bella la realizzazione sonora in “23.03″ e “Gardens. V3″, una vera perla di intensità “The cold season”, arrangiata con un sapiente utilizzo dei reverse.
Un ottimo risultato insomma, per questo album, e lo è ancora di più se si considerano il suo essere un esordio e l’ottima capacità mostrata dai Kobenhavn Store nel dare all’intero lavoro un’impronta, un mood di fondo abbastanza riconoscibile nonostante le mille contaminazioni, dall’hip hop allo shoegaze, dall’elettronica glitch al pop, dall’indie al post-punk, che dall’inizio alla fine lo attraversano e lo pervadono, intrecciandosi e fondendosi in un lavoro che, forse, non sarà originalissimo, ma che, senza dubbio, è fatto molto bene.

da manifatturierebroz.blogspot.com:

this is not a dancefloor, no more
le coordinate migliori da utilizzare per giungere ad “action, please!” dei københavn store portano ad un riuscitissimo incrocio tra il post-rock più emotivo ed un’indietronica decisamente pop, quella sonorità tanto per capirci così cara ai giardini di mirò e che troverebbe la certa approvazione in casa morr: il risultato è espresso in otto canzoni, equamente divise tra strumentali e non, in cui le melodie sono state incasellate in una moltitudine di tessere sonore perfettamente inserite in un raffinato e complesso mosaico che l’ottima produzione di Giacomo Fiorenza ha rifinito con mano sicura ed esperta.

colpiscono davvero nel segno i københavn store, colpiscono realizzando un album dal suono potente e solido che più volte durante l’ascolto ha portato a pensare ai broken social scene, più per la capacità dimostrata nel saper ottenere in uscita una notevole compattezza d’insieme piuttosto che per qualche analogia musicale.
ulteriore segno distintivo è la scelta di affidare quattro canzoni ad altrettante voci più o meno conosciute: alessandro raina si cimenta nella sensuale “we came down from the north”, jonathan clancy dimostra per l’ennesima volta la sua bravura in “ants marching on”, una delle migliori canzoni del disco con chitarre impetuose ed esplosive. Il conterraneo simone magnaschi, colonna portante dei disciolti stinking polecats, è autore e cantante nella visionaria ed eterea “black rebel tricylce club”, infine fabio campetti (edwood) anima la densa “a real twilight”. Le strumentali si mantengono sulla stessa lunghezza d’onda, dall’iniziale “post core”, titolo che pare una dichiarazione d’intenti, è un omaggio alle distorsioni dei my bloody valentine, nella bellissima gardens.v3 non sai se buttare nella mischia sigur ròs o mùm, “the cold seasons” dimostra un’intensità assoluta.
forte è a questo punto la voglia di ascoltarli dal vivo, perché senza nessuna esagerazione si può affermare che “action, please!” rappresenta una delle più belle sorprese nel panorama musicale di casa nostra di questi primi quattro mesi del 2008, senza se e senza ma.

Da www.vitaminic.it:

…I nostri connazionali, nel presentarci tutti i brani pubblicati nel nuovo Action, Please!, ci strapparono non pochi applausi e ci infusero una gran voglia di ballare a dispetto della scarsa numerosità del pubblico. Il loro ”post-shoegaze-pop” ci fece commuovere a più riprese, suscitando in noi la vergogna di essere nati tra i colli berici. Le loro melodie e la loro energia ci coinvolsero tanto da affrontare con entusiasmo lo spettacolo della band successiva…

Luca Baldinazzo